Mamma, ho perso… lo Smartphone!

Negli anni Novanta il mercato dei blockbuster dedicati alle famiglie fu sconvolto dal fenomenoMamma, ho perso l’aereo, lungometraggio senza troppe pretese dove il protagonista, il celebre Kevin, veniva dimenticato in una casa deserta durante le feste di Natale. Il successo fu così clamoroso da indurre la nascita, oltre che di un seguito, anche di un vero e proprio filone cinematografico dedicato a questo tipo di drammi familiari, dove i giovani protagonisti, senza poter comunicare con adulti lontani o assenti, si ingegnavano nel risolvere i propri guai.

Oggi le cose sono cambiate: con la diffusione di cellulari, computer, tablet e quant’altro, non c’è bambino che, nelle stesse circostanze, non userebbe Google per ottenere un qualsiasi tipo di soluzione. Fin da piccoli siamo abituati ad affidarci alla tecnologia, a condividere le foto dei nostri momenti più belli, a chiacchierare con gli amici senza limitazioni geografiche grazie ad applicazioni come ad esempio Whatzapp.

Viviamo in stretto contatto con la tecnologia e capita che, quando questa fallisce, ci sentiamo irrimediabilmente persi. Non è un’esagerazione, ma una vera e propria malattia: si chiama nomofobia, e identifica la paura incontrollata di rimanere sconnessi dalla rete. Un fenomeno in netto aumento, che ovviamente ha già generato le reazioni più disparate.

Se infatti i sostenitori del progresso affermano che questa sia una trascurabile conseguenza dell‘inevitabile evoluzione, ci sono anche coloro che, per anticonformismo o convinzione, professano di non aver bisogno di nessun tipo di dispositivo mobile, smartphone incluso.

Estremisti? Sicuramente. In molti casi oggi è impensabile non avere a disposizione almeno un cellulare per farsi rintracciare, soprattutto per coloro che non hanno un luogo fisso di lavoro. Questo però non significa avere il costante timore di non poter vivere senza postare l’ultimo selfie.